venerdì 20 marzo 2020

L'insostenibile leggerezza degli haters

Lo sappiamo, questo è un periodo terribilmente straordinario, eppure insieme alla solidarietà che sgorga spontanea e prepotente dai cuori di tanti c'è qualcos'altro che serpeggia subdolo e giudicante: l'odio.
Ogni giorno leggo online commenti più o meno minacciosi di persone che hanno trovato un nuovo mestiere per passare le noiose ore della reclusione casalinga: le vedette. Le vedette sono pericolose quanto i bambini che a scuola vanno a riferire ogni sciocchezza all'insegnante, con quella malcelata soddisfazione di mettere in difficoltà gli altri solo per sentirsi importanti e utili.
Capisco che questa situazione di forzata immobilità sia difficile da sostenere: una volta ripulita casa, fatto giardinaggio, letto un libro, giocato con i nostri figli e cucinato all'inverosimile cosa ci resta da fare? Non si può uscire per cose futili come una passeggiata (a meno che non possediamo un cane: in quel caso è accettabile portarlo fuori, con moderazione, ad espletare i suoi bisogni primari), non possiamo portare i bambini al parco nonostante ci sia un sole così invitante, non possiamo nemmeno andare a trovare i nostri cari... ed è lì che l'insoddisfazione e il risentimento prendono il sopravvento.
Leggo giornalmente persone incitanti all'uso delle forze dell'ordine per "punire" dei compaesani che si macchiano dell'imperdonabile crimine di correre nel bel mezzo della campagna, da soli, con la mascherina addosso; oppure di disperdere gruppetti di adolescenti che si ritrovano al parchetto sotto casa per fare due chiacchiere (magari pure loro con le mascherine) o, ancora, gente che sta portando fuori il cane a fare i suoi bisogni.
Ecco dove il senso civico lascia spazio alla cattiveria e all'inutilità: riportare effettive infrazioni delle norme igienico sanitarie e situazioni potenzialmente pericolose è una cosa giusta e utile ma dare la caccia alle streghe urlando all'untore è tutt'altra cosa.
Care vedette, voi siete sicuramente persone dall'animo forte e dalla volontà di ferro, riuscite a starvene a casa senza mai "infrangere" le regole ma vi siete mai fermati a pensare che, magari, non tutti sono straordinari come voi?
L'uomo è, per definizione, un animale sociale (come i cani) il che ci rende geneticamente programmati per cercare l'interazione con i nostri simili: tanti si fanno bastare un approccio virtuale ma per altre persone non basta. Ecco perché il portare fuori il cane, uscire a correre o cercare il conforto degli amici nel parchetto sotto casa è fondamentale per la loro sanità mentale.
E poi, domandatevi, questi adolescenti chi li fa uscire? Genitori come voi, che state a spiare dalla finestra.
Questa persona che sta correndo, sta effettivamente creando un pericolo? No, perché è da solo in mezzo alla campagna.
Quei concittadini che stanno portando fuori il cane hanno scelta? No, perché magari vivono in un appartamentino.
Rendere un servizio utile alla società denunciando ciò che è scorretto è lodevole ma postare su internet qualsivoglia malignità solo per farsi passare la noia è stupido e può creare falsi allarmismi.  
Prima di fare le sentinelle della giustizia sommaria, lasciatemi chiedere una cosa: quanti di voi escono con la scusa di andare al supermercato solo per comprare un pacchetto di caramelle o una certa marca di biscotti? E, magari ne girate pure due o tre di negozi con la scusa di trovare specificamente quel marchio. 
Questa realtà mi è stata raccontata da una vicina che lavora in un negozio di alimentari (prodotti da forno e dolciari, niente carne, frutta o verdure) dove giornalmente vede entrare gente che cerca le cose più futili solo per avere una scusa per uscire. 
Queste stesse persone, magari, sono le nostre care vedette che, avvalendosi della santa ragione di andare a comprare cibo, si comportano anche peggio di tutti coloro che sputtanano su internet.
Prima di accusare gli altri, accertatevi che stiano effettivamente creando una situazione di pericolo.
Detto questo, mi auguro che tutti coloro che decidono di uscire per i loro personali motivi, seguano scrupolosamente le norme igienico sanitarie imposte dalla regione per salvaguardare se stessi e anche gli altri.
Non c'è giustificazione per chi mette in pericolo la popolazione, sia ben chiaro.
Ricordiamoci solo, prima di giudicare gli altri e puntare il dito, che Qualcuno una volta disse "Chi è senza peccato scagli la prima pietra".
Teniamo duro, rispettiamo le regole e usiamo l'intelligenza e sono certa che usciremo presto da questa situazione.

#coronavirus #haters #norme #sanità #paese #aiutiamoci


giovedì 12 marzo 2020

Il Chupacalzini


Ogni giorno, nella tranquilla intimità della nostra casa, qualcosa ci osserva.
Resta acquattato negli angoli, in attesa dell’occasione propizia per attaccare e soddisfare l’inesauribile bisogno di cibo che è la sua più oscura maledizione.
In silenzio attende paziente la sua preda: noi casalinghe. Armate di scopa e aspirapolvere, le casalinghe rappresentano sia la sua preda naturale sia il suo più acerrimo nemico ma ha bisogno di loro per sopravvivere come un parassita ha bisogno dell’ospite, perché sa che che – presto o tardi – la casalinga che ha scelto come vittima farà la lavatrice e quello sarà il momento di attaccare con ferocia.
La lavatrice è il mezzo con cui il Chupacalzini dichiara guerra ad ognuna di noi: quante volte ci è successo di mettere a lavare un paio di calzini e, inesorabilmente, di ritirarne solo uno a lavaggio terminato?
Eppure il calzino scomparso non è nel cestino della biancheria sporca, quindi controlliamo per bene nel cestello della lavatrice ma… nulla, è andato! Senza che ce ne siamo rese conto, siamo state attaccate dal vigliacco ed infido mostro che dimora in casa nostra e che si nutre della nostra biancheria.
Un momento di silenzio per l’ennesimo calzino scomparso, per favore.
Non c’è modo per contrastare questo re del furto, nessuna speranza di poter salvare i nostri poveri calzini: dobbiamo solo sperare che non cambi mai i suoi gusti alimentari per evolverli in, che ne so, una nuova dieta a base di reggiseni. I reggiseni costano l’ira di Dio!
Lo so, non fatevi prendere dal panico, per ora non c’è nessun segno che il mostro stia cambiando abitudini alimentari: continueremo a sacrificare degli innocenti calzini per placare la sua fame, consce che questa guerra non avrà mai fine.
Magari un giorno una casalinga coraggiosa riuscirà nell’intento di stanare il mostro e sconfiggerlo, ma non sarai tu e non sarà oggi.
E ora, consapevole di ciò che ti attende in lavanderia, buona lavatrice…



lunedì 9 marzo 2020

Chi dà da mangiare ai piccioni?


L’attacco dei piccioni mutanti.

Gli zoccoletti della bambina calpestano rumorosamente la nuda pietra della viuzza vuota echeggiando contro le pareti scrostate degli edifici abbandonati dalle imposte di legno serrate e scolorite.
Saltella ansimando, in un’immaginaria partita di Campana con le lastre della pavimentazione, incurante di essere l’unica partecipante o di non possedere un sassolino da lanciare sui numeri che immagina siano dipinti per terra; ciò che conta è essere finalmente all’aperto, col cielo azzurrissimo sopra la sua testa, così simile ad una lucente striscia racchiusa tra le alte pareti anonime degli edifici di quella calle, il luogo dove è nata e sempre vissuta.
Sa benissimo che non dovrebbe trovarsi lì fuori: da settimane la televisione non fa altro che ammonire i cittadini a non lasciare le proprie abitazioni; anche la mamma le dice sempre di non uscire e che, anche se è noioso e difficile, bisogna rimanere a casa e aspettare che quella epidemia passi. Quando ha chiesto alla mamma cosa è un’epidemia lei ha risposto solo che ci sono dei germi cattivi nell’aria e che, quindi, non è sicuro uscire fino a quando la tivù lo dirà.
La bambina è brava e fa sempre quello che dice la mamma, ma i giorni si susseguono lenti e monotoni: alla tivù parlano sempre dei vecchi con la cravatta e tutti i canali trasmettono solo cose noiose mentre fuori l’aria è fresca e il sole splende invitante… che male può fare mettersi a giocare per pochi minuti nella viuzza fuori casa?
D’improvviso ecco che scorge un gattino randagio che svolta l’angolo: è molto carino, bianco e nero con gli occhietti verdi e lancia un timido miagolio nella sua direzione. Divertita, la piccola cerca di avvicinarlo ma questi si mostra guardingo, fa un passetto in avanti per poi indietreggiare quando lei si fa troppo sotto; ridendo, decide di rincorrerlo, dimentica delle raccomandazioni della madre. È così bello correre dopo tanti giorni rinchiusa in quella casa vecchia e umida!
Una gioia selvaggia le monta nel petto, le gambe fanno male ma è troppo felice per quel senso di improvvisa libertà e non intende fermarsi; attraversa come un fulmine scalpicciante un paio di calle stupendosi di come con ci sia nessuno a fermare la sua esuberanza: di solito quella zona è sempre intasata di persone, turisti, cani e merci trasportate. Spesso deve rallentare dietro alle vecchiette o appiattirsi contro i muri quando passano i turisti con le loro voluminose valigie, ma non oggi: oggi Venezia è tutta sua.
Attraversato l’ultimo arco in pietra ecco aprirsi dinnanzi a sé l’immensa meraviglia di piazza San Marco: la basilica splende con i suoi mosaici dorati sotto i raggi del sole alla sua destra, mentre il mare scintilla placido poco lontano e, alla sua sinistra, la grande piazza grigia attende abbandonata che qualcuno la calpesti. Per un attimo, la bambina è intimorita: non ha mai visto la piazza così deserta ma presto un intimo sentimento di orgoglio sboccia nel suo cuore; quel posto magnifico è tutto per lei adesso, ne è la regina.
Come in un sogno, si avvia verso il centro di essa, immaginando di essere la Colombina vestita di broccato e piume, l’ultima principessa della laguna, eroina di una triste ed epica storia d’amore.
D’un tratto un frullio d’ali interrompe i suoi sogni ad occhi aperti. Un piccione si è posato a pochi metri da lei e becca indifferente il terreno. Alla bambina piacciono molto i piccioni: si diverte sempre a dar loro da mangiare e a vedere i turisti che si affollano a scattare selfie tentando di acciuffarne il più possibile.
Automaticamente si fruga nelle ampie tasche del vestitino azzurro dove sa di aver nascosto una merendina, la afferra e la scarta avendo cura di riporre la carta nell’altra tasca, poi la sbriciola e ne lancia un po’ in direzione del pennuto che si ferma e ruota la piccola testa grigia nella sua direzione.
La bambina lo esorta ad avvicinarsi aprendo un poco la manina e il piccione accetta volentieri l’invito saltando agilmente come solito fare coi turisti.
Beccando con ingordigia, l’uccello finisce per ferire la piccola, che si lascia scappare uno strillo di sorpresa: non fa molto male, è poco più di un taglietto dal quale una gocciolina rosso vivo fa capolino. Con coraggio, la bambina fa spallucce e si dice che lo curerà una volta a casa, ma non intende mandare via il suo amico prima che finisca di mangiare.
Poi succede qualcosa: il piccione si blocca, alza la testa e inizia a tubare con insistenza suscitando l’ilarità della bambina, che crede stia cantando per lei. Ma ecco che qualcuno risponde all’invocazione: un rombo basso e insistente prende a riecheggiare attorno a lei facendo vibrare l’aria improvvisamente immobile e pesante. Guardandosi attorno, la piccola vede centinaia, migliaia di piccioni immobili che la fissano con i loro occhietti rossi. Sono ovunque: sotto ai portici, sui davanzali delle finestre, sui balconi della basilica, sui lampioni e tutti stanno intonando quel canto ritmico e pulsante, quasi che fosse un segnale in codice.
Il piccione che ha sulla mano la becca ancora, distogliendola dall’inquietante spettacolo e lei urla ancora dallo spavento; cerca quindi di scacciarlo mentre sente una nuova sensazione diffondersi dal cuore e attanagliarle le gambe: la paura.
Il pennuto resiste agli strattoni trafiggendo la tenera carne del dorso della mano con gli artigli affilati e riprende a beccarle il palmo senza pietà, preso dalla bramosia di quel sangue dolce e caldo che prende a colargli lungo le lucenti piume del collo.
Ora la bambina è in lacrime e cerca in un ultimo sforzo di disperazione di fuggire prima che l’inevitabile accada; perché ha intuito cosa sta per accaderle eppure, prima che possa fare anche solo un passo, ecco che l’orda assassina dei piccioni mutanti si riversa su di lei, vorticando selvaggiamente attorno al suo corpicino tremante.
Presa dal panico inciampa e cade rovinosamente a terra, sbucciandosi un ginocchio dal quale prende a scorrere lentamente un rivolo di sangue e questo è il segno che i piccioni assassini aspettavano.
In pochi minuti la tragedia si conclude: i piccioni, finalmente sazi, ritornano alle loro postazioni d’osservazione, in attesa che la prossima preda faccia la sua comparsa, osservando con i piccoli occhi malefici la quiete dopo la tempesta.

Ps. senza i turisti, chi da da mangiare ai piccioni?


Fine.




giovedì 27 febbraio 2020

Scozia, la terra dei colori cangianti

A quasi cinque anni dal mio primo (e, finora, unico) viaggio in Scozia mi trovo a ripensare con nostalgia a quella terra incredibile che mi ha rubato l'anima.

Ammetto con una certa vergogna che la mia passione per questa terra meravigliosa nacque piuttosto improvvisamente a seguito di una serie tv riguardante un bel manzo in kilt e una crocerossina spedita indietro nel tempo. Rimasi folgorata vedendola, non tanto per la trama scontata e melensa, piuttosto per i paesaggi che agirono come una calamita magica sul mio cervello e mi spinsero sempre di più a documentarmi, a sognare ad occhi aperti di poter visitare quegli spazi immensi e ad ordire il folle piano che mi avrebbe permesso di raggiungere quella terra distante nell'arco di pochi mesi.

Essendo io figlia unica e orfana di padre non è stato facile far accettare a mia madre la mia grandiosa idea, tuttavia ho sempre avuto un carattere molto deciso e non incline alla resa, quindi ho studiato nei minimi dettagli il percorso che avrei dovuto seguire: non potevo affidarmi ad un tour operator per via delle ristrettezze economiche in cui versavo, così ho fatto tutto da me.
Iniziai dai voli: all'epoca non esisteva il diretto Milano Bergamo-Edimburgo, quindi prenotai un volo da Bergamo a Londra ed una coincidenza dalla capitale ad Edimburgo. Fui piuttosto ottimista, dato che misi solo un'ora tra i due voli ma tutto filò liscio e riuscii a prenderli entrambi senza particolari problemi.
Ora, se ami viaggiare ma non sei benestante, ti devi adattare: scelsi di proposito un ostello solo per ragazze, situato appena fuori dalla Royal Mile, nella speranza che mia madre si rassicurasse un poco; un luogo carino e gestito da una ragazza della mia età che mi diede un sacco di spunti per il mio soggiorno di quattro giorni in quella che divenne, sin dal primo momento in cui vi misi piede, la mia città preferita di sempre.
Adoro lo stile architettonico di Edimburgo: i suoi vicoli, i palazzi di pietra, la vista sul Mare del Nord, i giardini ordinati e colorati in contrasto con il grigio degli edifici, il magnifico Castello che domina la città vecchia dall'altura di Castle Rock. Ho girato la città in lungo e in largo a piedi osservando i negozi, ascoltando il suono delle cornamuse, assaporando la storia e la quotidianità di questa terra lontana e, tuttavia, così affine al mio cuore.
Sin dal primo giorno imparai che ad Edimburgo non è consigliato usare l'ombrello nonostante la pioggia sia davvero molto comune: la città è ventosa e i suoi abitanti hanno semplicemente imparato ad ignorare i continui cambiamenti climatici; ecco perché solo i turisti si affannano a cercare riparo sotto l'ombrello (con scarsi risultati) mentre gli edimburghesi si limitano a portare cappucci o a stare direttamente sotto la fine pioggerella senza prestarvi particolare attenzione.
Ricordo bene come, il giorno in cui visitai il castello, fosse una giornata grigia e umida; con buona pace della mia reflex Nikon nuova di zecca, scattai quante più foto possibili per cercare di immortalare la bellezza che si trovava davanti ai miei occhi. Entrai in una delle sale per osservare la famosa pietra del destino e, quando ne uscii... meraviglia!
Per la prima volta dal mio arrivo uscì il sole, come una magia, e i colori cambiarono radicalmente in un'esplosione di tonalità che mai avevo veduto prima. Non sembrava nemmeno la stessa città: il verde degli alberi, il blu intenso del mare, persino le pietre del castello cambiarono colore.
Ero così sbalordita che, immagino, devo essere sembrata un pesce lesso con le lacrime agli occhi a tutti coloro che mi erano vicini. Rifeci tutte le fotografie.
I miei giorni ad Edimburgo passarono veloci e ricchi di cose da vedere: musei ( tutti gratuiti, come nel resto degli UK, dove la cultura è un diritto, non solo un piacere), chiese, pub, zoo e giardini; non mi feci mancare nulla, nemmeno la ricerca dei luoghi che ispirarono J.K. Rowling nella creazione della sua saga più famosa ( per questo devo ringraziare una barista che mi raccontò per filo e per segno le abitudini della scrittrice quando era cliente fissa di quel locale).

Entusiasta, presi il treno (prenotato precedentemente) per raggiungere le Highlands: Inverness fu la mia seconda tappa, dove rimasi per tre giorni in un ostello gestito da una signora di nome Shella che ancora oggi ricordo con affetto. Era solita chiamarmi my darling e stupirsi per il fatto che, a colazione, rifiutassi il suo ottimo salmone spadellato per preferire cose tipo frutta e yogurt.
Il viaggio in treno di tre ore e mezza lungo la costa est della Scozia è qualcosa che consiglio vivamente: permette di vedere con calma  paesini, montagne e come il paesaggio cambi tra il sud e il nord del Paese. Incantevole.
Scelsi Inverness come base nonostante la cittadina di per sé non offra attrazioni spettacolari come Edimburgo per due motivi: è situata sul canale di Caledonia, che porta direttamente al Loch Ness, ed è la base ideale per approfittare di uno dei tanti tour operator della zona e fare un'escursione verso l'Isola di Skye e il castello di Eliean Donan. Per entrambe le dritte devo ringraziare Shella, che mi consigliò sia il tour operator che la crociera sul Loch Ness.
Chiunque si sia documentato un minimo sulla Scozia sa che Eilean Donan non è una tappa che si può evitare: il piccolo castello è unico per la sua location e lo stile kitsch dei suoi arredamenti; offre inoltre tra le più belle viste di tutto il Paese. Penso di aver fatto minimo un centinaio di foto in quella occasione!
Da Eilean Donan la strada è breve e lineare verso l'Isola di Skye, un altro dei must del turismo scozzese: l'isola è incredibilmente brulla, le sue montagne levigate e spoglie, tuttavia è incantevole. Le pecore che attraversano la strada incuranti della presenza umana, la vastità del territorio e il colore straordinario dell'oceano sono solo poche delle attrattive dell'isola.
Con una breve camminata dall'ostello in cui mi trovavo giunsi infine al Canale di Caledonia, dove mi attendeva un grazioso battello che permette ai turisti di fare una piccola crociera sul Loch Ness. Il lago è maestoso: le sue acque sono molto scure, quasi nere, per via delle alghe che lo popolano e la fredda temperatura. E' incorniciato da alte foreste, colli e dal bellissimo castello di Urquhart. Ricordo come fosse una giornata fredda e grigia e avessi passato buona parte della crociera sottocoperta bevendo dell'ottima cioccolata calda e chiacchierando con i simpatici baristi della nave quando arrivammo ad Urquhart: uscii per scattare delle foto nonostante il maltempo ed ecco che ancora una volta la magia della Scozia si avverò: la nuvolona carica di pioggia sopra le nostre teste si mosse ed il sole fece capolino trasformando in maniera incredibile i colori del castello e dei prati adiacenti. Un'esplosione di tonalità che mi rapì nuovamente il cuore.
Tornai nel sud del Paese il giorno seguente, ancora con il treno, scendendo dalla costa ovest in direzione Glasgow.
La città di Glasgow è molto moderna, non assomiglia per niente alla gotica Edimburgo né alle selvagge Highlands e forse proprio per questo non l'ho apprezzata come meriterebbe. Devo dare atto che possiede dei musei interessantissimi, primi tra tutti il museo della scienza, nel quale ho perso quasi una giornata intera divertendomi come una bambina.

Rientrai in Italia da Glasgow facendo scalo ancora una volta a Londra con la consapevolezza che quel viaggio in solitaria è stato l'esperienza che in assoluto mi ha fatto sentire più viva in tutta la mia vita. La Scozia è una terra incantevole, ricchissima di storia, curiosità e gente simpatica ed espansiva all'inverosimile. Mi sono trovata benissimo lassù e aspetto con ansia e nostalgia il momento in cui potrò tornarvi, magari questa volta accompagnata dalla persona che amo, per condividere con lui la cangiante bellezza dei suoi paesaggi. Immagino che, quando questo accadrà, il mio cuore potrà davvero sentirsi completo e mi ricongiungerò con quella parte di me che è rimasta là in attesa del mio ritorno.


#scozia #viaggio #highlands #inverness #lochness #eileandonan #skye #edinburgh #lovescotland 

sabato 22 febbraio 2020

Corona qua, corona là, corona trallalà.

Questa mattina, quando mi sono alzata, avevo altre idee per la mente riguardo a ciò che avrei scritto in questo blog. Ora, dopo mezza giornata di assurdità lette e tre telegiornali visti, ho cambiato idea.

Partiamo dal presupposto che preferirei mantenere la politica e i politici lontani da questo spazio di riflessione; trovo, tuttavia, impossibile non parlare di questa situazione di pandemia e preoccupazione generale che ha colpito l'Italia e il resto del mondo riguardo al tristemente famoso Coronavirus.

Cosa sappiamo di questo virus? Basicamente quello che ci hanno detto in tv: è un virus che causa sintomi simili alla comune influenza ma che, nei casi più gravi, può portare ad una forma di polmonite e altre patologie respiratorie che possono condurre il contagiato alla morte.
E le persone muoiono, è un dato di fatto, non solo in Cina ma anche nel resto del mondo. Anche qui in Italia.
Essendo una mutazione, questo virus ha la possibilità di infettare il 100% della popolazione mondiale, poiché nessuno ha gli anticorpi necessari ad immunizzarlo. Ora, è logico supporre che non tutti verremo contagiati, anche perché siamo sette miliardi su questo pianeta, quindi è altamente improbabile che non venga trovato un vaccino prima che il virus infetti tutti; ciò che mi lascia basita è l'accanimento con cui certe persone affermano che non ci sia nulla di cui preoccuparsi.
Chissà, forse queste persone ritengono di essere immuni al Coronavirus? 
Lo ripeto: io ho paura. Per me stessa e ancor di più per le persone che amo.
E' un dato di fatto che questo virus del quale sappiamo ancora poco, non esiste al momento una cura e uccide le persone sia già in mezzo a noi. E mi dicono che non dovrei preoccuparmi?
Ovviamente evitare un'ondata di paranoia collettiva e isterismo di massa è fondamentale per non rivedere casi come il bus carico di cinesi preso a sassate in Ucraina, però nemmeno sbeffeggiare e cercare di zittire chi è giustamente preoccupato è corretto.

Sempre più persone che conosco sono arrabbiate e preoccupate: si parla e si chiede di maggiori controlli, di cosa i vari Stati avrebbero potuto fare per prevenire o quantomeno arginare questo virus e di come potremo fare per evitare un contagio che ad oggi sembra probabile.
Per contro, quando qualcuno si permette di esprimere queste preoccupazioni, c'è una buona fetta di persone che risponde accusandoli di essere null'altro che portatori d'odio, esagerati, razzisti e quant'altro. 

Senza stare qui ad alimentare voci complottistiche varie, ricordiamo solo che è un dato certo che il governo di Pechino sapeva del Coronavirus già a Dicembre e ha intimato ai propri medici di tacere al riguardo (esattamente come il governo russo fece con i tecnici della centrale nucleare di Chernobyl), ritardando un intervento che avrebbe potute essere decisivo nell'arginare il problema.

Questo mio articolo non vuole dare ragione a nessuno, complottisti, buonisti o preoccupati/arrabbiati che siate; vuole solo portare alla luce una tematica delicata ed importante in cui io stessa mi sono venuta a scontrare: non c'è più nemmeno il diritto ad esprimere le proprie paure senza che qualcuno tenti di zittirci, umiliarci o imputarci sentimenti d'odio che non possediamo.
E questo è grave forse e anche più del Coronavirus.

Da parte mia spero che questa situazione si risolva in fretta e che voi e tutti i vostri cari stiate bene.

                                                                                                       Michela Gusmini




#coronavirus #pandemia #paura #virus #cina #riflessione #idee

giovedì 20 febbraio 2020

I sogni, quelli belli...

Nello scorso articolo ho parlato di come dovremmo provare ad accettare le sconfitte in cui incappiamo nel corso della nostra vita senza, però, farne un dramma ma cercando di trarne un insegnamento positivo che possa aiutare a migliorarci.
Oggi vorrei parlare delle vittorie, quelle belle, quelle che c'inorgogliscono e riescono a farci camminare tre metri sopra il cielo (viva la cultura pop anni '90-'00).

Alzi la mano chi, da bambino, ha sognato di cambiare il mondo.
La vedete quella tipa in prima fila con entrambe le mani sollevate? Ecco, quella sono io.
Ho sognato, da bambina, l'impossibile: vivevo in un mondo tutto mio fatto di principesse, cristalli di luna e di un destino superiore che, di certo, un giorno si sarebbe avverato. Il tempo, e la vita, hanno drasticamente ridimensionato questi miei fantasiosi desideri donandomi altri sogni più terreni e decisamente realizzabili: ecco quindi, dopo tutto ciò che non sono diventata, tutto ciò che ho potuto realizzare.
Ho sognato viaggi on the road in macchina con i miei amici, ho sognato un'epica esperienza in solitaria in Scozia, ho sognato di poter diventare violinista, ho sognato di vivere in una casa tutta mia, ho sognato di pubblicare il romanzo fantasy che scrissi alle superiori, ho sognato di trovare finalmente l'amore.
Ho sognato? Naaaah, tutto questo l'ho realizzato!

Scrivere di tutti questi miei sogni realizzati in un unico post non renderebbe loro giustizia e trasformerebbe questo post nella Divina Commedia, quindi li affronterò con calma uno ad uno.

Ho sempre amato la scrittura, fin da bambina, realizzando la mia prima storia all'età di nove anni (un viaggio intergalattico verso il pianeta dei pappagalli Pappagallandia dove io, in qualità di ambasciatrice terrestre, dovevo risolvere un indovinello del Capo Supremo Pappagallo per vincere la banana pappagallistica, segno di pace tra le nostre due razze) per poi continuare nel corso degli anni a scrivere di storie fantasiose che hanno trovato il loro apice in Resurrection, un romanzo fantasy ambientato nella Scozia del Medioevo. 
Dopo anni dalla sua conclusione decisi di trascrivere le milletrecentottanta pagine vergate a mano sul computer, apportare delle significative modifiche e provare a mandare la prima parte ad alcune case editrici.
Con mia somma sorpresa una di loro rispose e accettò di pubblicare il mio libro!
Ricordo ancora quale fu la mia prima reazione: scoppiai in un pianto a dirotto. Non per la felicità di aver realizzato questo mio sogno, ma perché mio padre non era presente e non avrebbe potuto assistere alla mia prima, vera vittoria. 
Fino ad allora sentivo di non aver realizzato nulla d'importante nella mia vita: non mi ero diplomata o laureata, non ero moglie né madre, non eccellevo in nessuna disciplina particolare; non ritenevo, insomma, di aver dato modo ai miei genitori di essere fieri di me. Ma quella e-mail nella quale la casa editrice accettava il mio libro e mi proponeva un contratto era la dimostrazione che anche io sapevo fare qualcosa di buono!
Piansi lacrime amare, quel giorno, anche quelle che fino ad allora avevo trattenuto per sembrare forte e non lasciarmi andare alla disperazione: mi sentii davvero sola e pensai che il mondo fosse terribilmente ingiusto.
Il libro venne pubblicato da una piccola casa editrice e lo si può ancora trovare online o ordinare in qualsiasi libreria; non mi ha resa ricca né famosa, ammetto i miei limiti, tuttavia è stata una piccola, grande vittoria perché anche dopo la mia morte quel libro esisterà e racconterà una storia che è nata dalla mia mente e dal mio cuore.
Questo è il potere della scrittura: è un lascito per le generazioni future che potranno così conoscerci anche quando i nostri corpi saranno diventati cenere. Generare emozioni, sia positive che negative, è un potere straordinario che può aiutare gli altri a riflettere sui propri sentimenti o a trovare la propria strada. Devo ringraziare i centinaia di libri che ho letto per questa mia passione, per le idee che mi hanno dato e per avermi dato il coraggio di scrivere la mia storia; quando qualcuno mi chiede perché ho deciso di scrivere un libro la mia risposta è sempre la stessa: perchè, infondo, non ero soddisfatta di quello che leggevo. 
C'era sempre un qualcosa che non mi convinceva, come l'idea che il bene trionfasse sempre oppure poca coerenza tra gli eventi; a volte era una scarsa empatia con i personaggi, oppure certe scelte a mio parere illogiche. Così decisi di scrivere una storia che seguisse i miei gusti, ed è ciò che ho fatto.

Questo è stato uno dei miei sogni realizzati, nel magico 2015, anno che mi vide rinascere dopo un periodo di chiusura e buio a seguito della morte di mio padre. Nel prossimo post vi parlerò di quella terra magica che mi ha rubato il cuore: la Scozia.
 Allego qui sotto il link Amazon del mio libro, come prova innegabile del mio piccolo, grande sogno che si è avverato ;)




 #sogni #scrittura #libri #fantasy #Resurrection #positività #felicità #desideri 


lunedì 17 febbraio 2020

Tutto ciò che so

 Rieccomi qui, dopo quasi sette anni, a rispolverare questo mio vecchio blog. 
 Mi sono ricordata di "lui" all'improvviso, quasi che fosse un amico d'infanzia, e della sensazione di libertà che mi donava scrivere sulle sue pagine virtuali.
Sette anni sono tanti, sarò caduta vittima anch'io della famigerata crisi del settimo anno? Se è così a me è venuta al contrario!! 
 Sempre più spesso mi capita di affrontare i tipici discorsi della mezza età con le mie simpatiche vicine di casa: difficoltà quotidiane, malanni, cani... cose così, a chi non capita, e sempre più spesso mi ritrovo a farmi dei seri esami di coscienza. 
 Dove sono arrivata alla veneranda età di trentaquattro anni? 
 Il mondo social c'impone di essere sempre al top: bellezza, viaggi, amicizie, famiglia... sì, va beh, e le persone normali, dico io? Dove mi hanno portato questi anni dall'adolescenza fatta di sogni all'età adulta, fatta di bollette?

Tutto ciò che so, al momento, è ciò che non sono diventata.

 Non sono diventata una musicista, non sono diventata una laureata con un lavoro interessante, non sono ancora diventata moglie né madre, non sono di certo diventata ricca né famosa, non sono nemmeno diventata uno schianto di donna.
 Quindi? Pensate che mi stia piangendo addosso? Non se ne parla neanche!
 Sono sempre stata una persona fondamentalmente positiva, nonostante i dolori che la vita mi ha imposto, e questo mio tratto si rifiuta di arrendersi a ciò che non sono diventata.

 Essere positivi non deve significare esserlo a tutti i costi, rinchiudere i problemi e i dispiaceri fuori della porta e dimenticarsene ( anche perché loro non si dimenticheranno di voi ^^') ma affrontare le proprie sconfitte e trarne comunque un insegnamento positivo. 
 Trovo che vedere solo il lato negativo delle cose sia ingiusto non solo nei nostri riguardi, ma anche in quelli di coloro che ci stanno vicini e ci sostengono. Perché ci sono, anche se magari li date per scontati e non li apprezzate come meriterebbero richiudendovi egoisticamente nella vostra bolla di autocommiserazione.

 La perdita di mio padre mi ha causato un dolore immenso, una ferita che non potrà mai rimarginarsi ma non posso e non voglio ignorare che questa via che il destino mi ha costretta ad imboccare mi ha portata a conoscere delle persone straordinarie che ora fanno parte stabile della mia vita. Nuovi famigliari e finalmente l'amore, ma anche la perdita di persone che ritenevo fratelli e hanno concluso il loro viaggio mia storia.

 Tutto ciò che non sono diventata è sotto ai miei occhi: ho affrontato la delusione dei miei sogni irrealizzati, ma ho anche trovato la positività per cambiare i miei obiettivi e per cercare sempre, nel mio piccolo, di realizzare quanti più desideri la mia mente inarrestabile riuscirà a sognare.

Sono tornata, caro blog, diamo ancora voce a questa Disperata insieme. <3 



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