venerdì 20 marzo 2020

L'insostenibile leggerezza degli haters

Lo sappiamo, questo è un periodo terribilmente straordinario, eppure insieme alla solidarietà che sgorga spontanea e prepotente dai cuori di tanti c'è qualcos'altro che serpeggia subdolo e giudicante: l'odio.
Ogni giorno leggo online commenti più o meno minacciosi di persone che hanno trovato un nuovo mestiere per passare le noiose ore della reclusione casalinga: le vedette. Le vedette sono pericolose quanto i bambini che a scuola vanno a riferire ogni sciocchezza all'insegnante, con quella malcelata soddisfazione di mettere in difficoltà gli altri solo per sentirsi importanti e utili.
Capisco che questa situazione di forzata immobilità sia difficile da sostenere: una volta ripulita casa, fatto giardinaggio, letto un libro, giocato con i nostri figli e cucinato all'inverosimile cosa ci resta da fare? Non si può uscire per cose futili come una passeggiata (a meno che non possediamo un cane: in quel caso è accettabile portarlo fuori, con moderazione, ad espletare i suoi bisogni primari), non possiamo portare i bambini al parco nonostante ci sia un sole così invitante, non possiamo nemmeno andare a trovare i nostri cari... ed è lì che l'insoddisfazione e il risentimento prendono il sopravvento.
Leggo giornalmente persone incitanti all'uso delle forze dell'ordine per "punire" dei compaesani che si macchiano dell'imperdonabile crimine di correre nel bel mezzo della campagna, da soli, con la mascherina addosso; oppure di disperdere gruppetti di adolescenti che si ritrovano al parchetto sotto casa per fare due chiacchiere (magari pure loro con le mascherine) o, ancora, gente che sta portando fuori il cane a fare i suoi bisogni.
Ecco dove il senso civico lascia spazio alla cattiveria e all'inutilità: riportare effettive infrazioni delle norme igienico sanitarie e situazioni potenzialmente pericolose è una cosa giusta e utile ma dare la caccia alle streghe urlando all'untore è tutt'altra cosa.
Care vedette, voi siete sicuramente persone dall'animo forte e dalla volontà di ferro, riuscite a starvene a casa senza mai "infrangere" le regole ma vi siete mai fermati a pensare che, magari, non tutti sono straordinari come voi?
L'uomo è, per definizione, un animale sociale (come i cani) il che ci rende geneticamente programmati per cercare l'interazione con i nostri simili: tanti si fanno bastare un approccio virtuale ma per altre persone non basta. Ecco perché il portare fuori il cane, uscire a correre o cercare il conforto degli amici nel parchetto sotto casa è fondamentale per la loro sanità mentale.
E poi, domandatevi, questi adolescenti chi li fa uscire? Genitori come voi, che state a spiare dalla finestra.
Questa persona che sta correndo, sta effettivamente creando un pericolo? No, perché è da solo in mezzo alla campagna.
Quei concittadini che stanno portando fuori il cane hanno scelta? No, perché magari vivono in un appartamentino.
Rendere un servizio utile alla società denunciando ciò che è scorretto è lodevole ma postare su internet qualsivoglia malignità solo per farsi passare la noia è stupido e può creare falsi allarmismi.  
Prima di fare le sentinelle della giustizia sommaria, lasciatemi chiedere una cosa: quanti di voi escono con la scusa di andare al supermercato solo per comprare un pacchetto di caramelle o una certa marca di biscotti? E, magari ne girate pure due o tre di negozi con la scusa di trovare specificamente quel marchio. 
Questa realtà mi è stata raccontata da una vicina che lavora in un negozio di alimentari (prodotti da forno e dolciari, niente carne, frutta o verdure) dove giornalmente vede entrare gente che cerca le cose più futili solo per avere una scusa per uscire. 
Queste stesse persone, magari, sono le nostre care vedette che, avvalendosi della santa ragione di andare a comprare cibo, si comportano anche peggio di tutti coloro che sputtanano su internet.
Prima di accusare gli altri, accertatevi che stiano effettivamente creando una situazione di pericolo.
Detto questo, mi auguro che tutti coloro che decidono di uscire per i loro personali motivi, seguano scrupolosamente le norme igienico sanitarie imposte dalla regione per salvaguardare se stessi e anche gli altri.
Non c'è giustificazione per chi mette in pericolo la popolazione, sia ben chiaro.
Ricordiamoci solo, prima di giudicare gli altri e puntare il dito, che Qualcuno una volta disse "Chi è senza peccato scagli la prima pietra".
Teniamo duro, rispettiamo le regole e usiamo l'intelligenza e sono certa che usciremo presto da questa situazione.

#coronavirus #haters #norme #sanità #paese #aiutiamoci


giovedì 12 marzo 2020

Il Chupacalzini


Ogni giorno, nella tranquilla intimità della nostra casa, qualcosa ci osserva.
Resta acquattato negli angoli, in attesa dell’occasione propizia per attaccare e soddisfare l’inesauribile bisogno di cibo che è la sua più oscura maledizione.
In silenzio attende paziente la sua preda: noi casalinghe. Armate di scopa e aspirapolvere, le casalinghe rappresentano sia la sua preda naturale sia il suo più acerrimo nemico ma ha bisogno di loro per sopravvivere come un parassita ha bisogno dell’ospite, perché sa che che – presto o tardi – la casalinga che ha scelto come vittima farà la lavatrice e quello sarà il momento di attaccare con ferocia.
La lavatrice è il mezzo con cui il Chupacalzini dichiara guerra ad ognuna di noi: quante volte ci è successo di mettere a lavare un paio di calzini e, inesorabilmente, di ritirarne solo uno a lavaggio terminato?
Eppure il calzino scomparso non è nel cestino della biancheria sporca, quindi controlliamo per bene nel cestello della lavatrice ma… nulla, è andato! Senza che ce ne siamo rese conto, siamo state attaccate dal vigliacco ed infido mostro che dimora in casa nostra e che si nutre della nostra biancheria.
Un momento di silenzio per l’ennesimo calzino scomparso, per favore.
Non c’è modo per contrastare questo re del furto, nessuna speranza di poter salvare i nostri poveri calzini: dobbiamo solo sperare che non cambi mai i suoi gusti alimentari per evolverli in, che ne so, una nuova dieta a base di reggiseni. I reggiseni costano l’ira di Dio!
Lo so, non fatevi prendere dal panico, per ora non c’è nessun segno che il mostro stia cambiando abitudini alimentari: continueremo a sacrificare degli innocenti calzini per placare la sua fame, consce che questa guerra non avrà mai fine.
Magari un giorno una casalinga coraggiosa riuscirà nell’intento di stanare il mostro e sconfiggerlo, ma non sarai tu e non sarà oggi.
E ora, consapevole di ciò che ti attende in lavanderia, buona lavatrice…



lunedì 9 marzo 2020

Chi dà da mangiare ai piccioni?


L’attacco dei piccioni mutanti.

Gli zoccoletti della bambina calpestano rumorosamente la nuda pietra della viuzza vuota echeggiando contro le pareti scrostate degli edifici abbandonati dalle imposte di legno serrate e scolorite.
Saltella ansimando, in un’immaginaria partita di Campana con le lastre della pavimentazione, incurante di essere l’unica partecipante o di non possedere un sassolino da lanciare sui numeri che immagina siano dipinti per terra; ciò che conta è essere finalmente all’aperto, col cielo azzurrissimo sopra la sua testa, così simile ad una lucente striscia racchiusa tra le alte pareti anonime degli edifici di quella calle, il luogo dove è nata e sempre vissuta.
Sa benissimo che non dovrebbe trovarsi lì fuori: da settimane la televisione non fa altro che ammonire i cittadini a non lasciare le proprie abitazioni; anche la mamma le dice sempre di non uscire e che, anche se è noioso e difficile, bisogna rimanere a casa e aspettare che quella epidemia passi. Quando ha chiesto alla mamma cosa è un’epidemia lei ha risposto solo che ci sono dei germi cattivi nell’aria e che, quindi, non è sicuro uscire fino a quando la tivù lo dirà.
La bambina è brava e fa sempre quello che dice la mamma, ma i giorni si susseguono lenti e monotoni: alla tivù parlano sempre dei vecchi con la cravatta e tutti i canali trasmettono solo cose noiose mentre fuori l’aria è fresca e il sole splende invitante… che male può fare mettersi a giocare per pochi minuti nella viuzza fuori casa?
D’improvviso ecco che scorge un gattino randagio che svolta l’angolo: è molto carino, bianco e nero con gli occhietti verdi e lancia un timido miagolio nella sua direzione. Divertita, la piccola cerca di avvicinarlo ma questi si mostra guardingo, fa un passetto in avanti per poi indietreggiare quando lei si fa troppo sotto; ridendo, decide di rincorrerlo, dimentica delle raccomandazioni della madre. È così bello correre dopo tanti giorni rinchiusa in quella casa vecchia e umida!
Una gioia selvaggia le monta nel petto, le gambe fanno male ma è troppo felice per quel senso di improvvisa libertà e non intende fermarsi; attraversa come un fulmine scalpicciante un paio di calle stupendosi di come con ci sia nessuno a fermare la sua esuberanza: di solito quella zona è sempre intasata di persone, turisti, cani e merci trasportate. Spesso deve rallentare dietro alle vecchiette o appiattirsi contro i muri quando passano i turisti con le loro voluminose valigie, ma non oggi: oggi Venezia è tutta sua.
Attraversato l’ultimo arco in pietra ecco aprirsi dinnanzi a sé l’immensa meraviglia di piazza San Marco: la basilica splende con i suoi mosaici dorati sotto i raggi del sole alla sua destra, mentre il mare scintilla placido poco lontano e, alla sua sinistra, la grande piazza grigia attende abbandonata che qualcuno la calpesti. Per un attimo, la bambina è intimorita: non ha mai visto la piazza così deserta ma presto un intimo sentimento di orgoglio sboccia nel suo cuore; quel posto magnifico è tutto per lei adesso, ne è la regina.
Come in un sogno, si avvia verso il centro di essa, immaginando di essere la Colombina vestita di broccato e piume, l’ultima principessa della laguna, eroina di una triste ed epica storia d’amore.
D’un tratto un frullio d’ali interrompe i suoi sogni ad occhi aperti. Un piccione si è posato a pochi metri da lei e becca indifferente il terreno. Alla bambina piacciono molto i piccioni: si diverte sempre a dar loro da mangiare e a vedere i turisti che si affollano a scattare selfie tentando di acciuffarne il più possibile.
Automaticamente si fruga nelle ampie tasche del vestitino azzurro dove sa di aver nascosto una merendina, la afferra e la scarta avendo cura di riporre la carta nell’altra tasca, poi la sbriciola e ne lancia un po’ in direzione del pennuto che si ferma e ruota la piccola testa grigia nella sua direzione.
La bambina lo esorta ad avvicinarsi aprendo un poco la manina e il piccione accetta volentieri l’invito saltando agilmente come solito fare coi turisti.
Beccando con ingordigia, l’uccello finisce per ferire la piccola, che si lascia scappare uno strillo di sorpresa: non fa molto male, è poco più di un taglietto dal quale una gocciolina rosso vivo fa capolino. Con coraggio, la bambina fa spallucce e si dice che lo curerà una volta a casa, ma non intende mandare via il suo amico prima che finisca di mangiare.
Poi succede qualcosa: il piccione si blocca, alza la testa e inizia a tubare con insistenza suscitando l’ilarità della bambina, che crede stia cantando per lei. Ma ecco che qualcuno risponde all’invocazione: un rombo basso e insistente prende a riecheggiare attorno a lei facendo vibrare l’aria improvvisamente immobile e pesante. Guardandosi attorno, la piccola vede centinaia, migliaia di piccioni immobili che la fissano con i loro occhietti rossi. Sono ovunque: sotto ai portici, sui davanzali delle finestre, sui balconi della basilica, sui lampioni e tutti stanno intonando quel canto ritmico e pulsante, quasi che fosse un segnale in codice.
Il piccione che ha sulla mano la becca ancora, distogliendola dall’inquietante spettacolo e lei urla ancora dallo spavento; cerca quindi di scacciarlo mentre sente una nuova sensazione diffondersi dal cuore e attanagliarle le gambe: la paura.
Il pennuto resiste agli strattoni trafiggendo la tenera carne del dorso della mano con gli artigli affilati e riprende a beccarle il palmo senza pietà, preso dalla bramosia di quel sangue dolce e caldo che prende a colargli lungo le lucenti piume del collo.
Ora la bambina è in lacrime e cerca in un ultimo sforzo di disperazione di fuggire prima che l’inevitabile accada; perché ha intuito cosa sta per accaderle eppure, prima che possa fare anche solo un passo, ecco che l’orda assassina dei piccioni mutanti si riversa su di lei, vorticando selvaggiamente attorno al suo corpicino tremante.
Presa dal panico inciampa e cade rovinosamente a terra, sbucciandosi un ginocchio dal quale prende a scorrere lentamente un rivolo di sangue e questo è il segno che i piccioni assassini aspettavano.
In pochi minuti la tragedia si conclude: i piccioni, finalmente sazi, ritornano alle loro postazioni d’osservazione, in attesa che la prossima preda faccia la sua comparsa, osservando con i piccoli occhi malefici la quiete dopo la tempesta.

Ps. senza i turisti, chi da da mangiare ai piccioni?


Fine.