La prima volta che la notai fu in una mattina come tante. In mezzo al frastuono che regnava come sempre in classe, l’angolino dov’era seduta era l’unico tranquillo. Forse perché era da sola.
Ad attirarmi verso di lei fu probabilmente la bolla d’indifferenza che il resto dei nostri compagni le riservava. Avevo un terribile mal di testa, quel giorno, e il silenzio che proveniva da lei mi parve come un’oasi nel deserto.
Se ne stava tranquilla, scarabocchiando qualcosa che non riuscii ad indentificare su di un quaderno mentre guardava fuori dalla finestra, come se desiderasse di trovarsi altrove.
Agli occhi del mondo non c’era nessun buon motivo per cui, uno come me, dovesse avvicinarsi ad una ragazza simile. Solitamente quelli come me bullizzavano quelle come lei.
I vestiti larghi e dalle tonalità scure, i capelli che le coprivano ostinatamente il volto come a voler creare una cortina di protezione e gli occhi tenuti sempre bassi erano solo alcuni degli aspetti che facevano sì che le altre ragazze della classe la prendessero in giro.
Era una persona introversa, che non desiderava mescolarsi con le altre della sua età e che non cercava di mettersi in mostra. Fu proprio questo ad incuriosirmi: da quanto tempo eravamo in classe insieme? Com'è che non l’avevo mai notata?
Il suo cercare di rendersi invisibile strideva terribilmente con la stazza del suo corpo, che non passava certo inosservato, eppure da lei emanava una tranquillità che mi stupì: io, che ero il ragazzo più popolare della classe, ero costantemente stanco di tutte le aspettative che la gente mi riversava addosso mentre lei, un’outsider, pareva calma come un lago di montagna. Ne volevo un po’ anch’io, di quella calma, ne avevo davvero bisogno.
Fu così che mi sedetti vicino a lei per la prima volta.
La vidi ritornare alla realtà dal luogo in cui si era rifugiata e lanciarmi un’occhiata di sottecchi, a metà tra il sospettoso e l’impaurito, come se fosse un cucciolo selvatico che si trova improvvisamente davanti ad un essere umano. Non riusciva a capire quali che fossero le mie intenzioni: volevo prenderla in giro? Giudicarla? Farle del male? Mi rendo conto che, se fossi stato nei suoi panni, probabilmente anche io mi sarei sentito confuso.
Così non feci assolutamente nulla.
Mi limitai a guardare il soffitto, cullandomi nel silenzio che la circondava e cercando di escludere dalla mente il chiacchiericcio ignorante che proveniva dalle mie spalle. Lei rimase a fissarmi più o meno apertamente per qualche istante, decidendo se potesse fidarsi di quella specie di predatore che le si era seduto accanto ed infine optò per ciò che le riusciva meglio: mi ignorò e tornò ai suoi disegni.
Anche se avessi voluto parlarle sarebbe stato fiato sprecato, in quanto ascoltava la musica con le cuffiette, ma la verità è che non avevo nulla da dirle e piuttosto che intavolare un’imbarazzata quanto stupida conversazione con una perfetta sconosciuta, preferii tacere.
L’ora che passammo seduti vicini fu quanto di più piacevole potessi provare in quell’aula perché il mio cervello poté finalmente riposare.
Il giorno seguente mi sedetti ancora vicino a lei.
Se ne fu infastidita non lo diede a vedere, si limitò ad infilarsi le cuffiette nelle orecchie il più velocemente possibile, in modo che non avessi la possibilità di attaccar bottone.
Non che avessi qualcosa da dire, comunque: non ci conoscevamo per nulla e nessuno in classe sembrava esser diventato suo amico. Mi ignorò e io potei godere ancora di quella sensazione di benessere che il silenzio poteva offrirmi.
Ne approfittai per sbirciare i suoi disegni, cosa non troppo difficile dal momento che lei stava china con la sua coltre di capelli scuri sul foglio; rimasi sorpreso nel vedere che stava abbozzando quella che sembrava una figura di un qualche dio greco. Anche io adoravo la mitologia, ma nessuno di miei conoscenti condivideva la mia passione, giudicata con condiscendenza “un passatempo da nerd”. Mi resi conto che mi pesava il non poter esprimere la mia passione per i miei hobby con i miei amici. Anche lei si sentiva così?
Presi ogni giorno a sedermi accanto a lei, con sommo sconcerto del resto della classe; le altre ragazze non capivano cosa mi saltasse in mente mentre i miei amici credevano che avessi un qualche piano che sarebbe sfociato in un terribile scherzo. La verità è che non avevo voglia di pensare, non avevo voglia di apparire, non avevo voglia di farmi riversare le aspettative, le invidie e i desideri degli altri.
Volevo essere lasciato in pace, tuttavia non volevo rimanere totalmente solo.
Iniziai a notare che i gruppi che ascoltava piacevano anche a me, così creai una playlist da ascoltare quando sedevamo insieme, in modo che capisse che non c’era nient’altro dietro al mio comportamento, se non la voglia di starmene tranquillo.
Mi portai anche carta e matita, così potei provare a fare qualche schizzo pure io. Era un hobby che avevo abbandonato anni prima, troppo assorbito nella vita sociale che mi ero scelto, e che mi mancava.
Sapevo che lei mi osservava e che il timore e la diffidenza iniziali si stavano trasformando in curiosità, ma non avrei rovinato tutto facendo il primo passo parlandole; no, avrei atteso i suoi tempi.
E, un giorno, il momento accadde: ero perso in uno schizzo del dio Anubi tratto da un’immagine che avevo visto in un videogame, quando una voce che non conoscevo mi disse: << Quel chiaroscuro fa schifo. >>
Lasciai cadere la matita dalla sorpresa e mi voltai come un pupazzo meccanico verso di lei. Non so cosa vide nella mia espressione, ma sorrise.
Un sorriso vero, decisamente non convenzionale: non come i sorrisi da social network delle mie compagne di classe, provati mille volte allo specchio, ma qualcosa di genuino e raro. A dispetto dei colori scuri con cui si abbigliava, quel sorriso la illuminò come se fosse la luna stessa.
Notai anche i suoi occhi che, per una volta tanto, non erano ostinatamente abbassati: erano di un color ambra che alla luce del sole pareva miele. Magnetici.
Quella ragazza, così distante dai canoni di bellezza che la società impone alle donne, aveva una personalità schiva e una mente brillante. Non si curava degli altri e non si lasciava trascinare nelle sciocchezze tipiche in cui si crogiolavano quelle che mi correvano dietro, non mi guardava come se fossi un trofeo da conquistare o un idolo da venerare da lontano come facevano in molte. Per lei non ero niente di speciale, tranne che uno che faceva da schifo il chiaroscuro.
Ero libero, finalmente. Non dovevo dimostrare nulla, né strizzarmi in uno standard che iniziava a soffocarmi.
Senza nemmeno accorgermene scoppiai a ridere di cuore.
Da quel giorno iniziammo a parlare un po’ e scoprii che le sue idee erano luminose come il suo sorriso: aveva un sacco di progetti per il futuro, interessi, talenti. Era una persona così completa che io, in tutta la mia sfacciata bellezza, mi sentivo vuoto. E assetato.
La sua presenza nella mia vita fu come la scintilla che appicca un grande incendio: ritrovai la gioia dell’inseguire le mie passioni, di parlarne insieme e del riposarmi nella calma del silenzio. Sentivo la mia mente sbocciare come un fiore.
Ma il mio comportamento avventato ebbe delle conseguenze tra coloro che non capivano come potessi preferire lei alle ragazze-copertina che mi venivano dietro.
L’ignoranza genera odio e l’odio scade sempre nella violenza, fisica o mentale. Quelle ragazze “da bene” erano troppo codarde per passare alle mani, ma con la bocca ci sapevano fare (in tutti i sensi): fu così che la mia preziosa, nuova amica venne insultata e bullizzata dalle sue coetanee quando non ero presente.
La sminuirono, misero in giro voci false e tendenziose per accusarla di chissà quali comportamenti indecenti e arrivarono persino a definirla un’adepta del satanismo per come ero rimasto “affascinato” da lei.
Nella mente di tutte quelle persone non c’era una ragione valida per cui uno come me dovesse stare con una come lei, come vi ho già detto.
La vidi farsi sempre più distante, più introversa. Notai anche come la musica che ascoltava virò su toni decisamente più rumorosi e arrabbiati, eppure non capii quale che fosse il motivo.
Poi, un giorno, non venne a scuola.
Nemmeno quello seguente.
Pensai che avesse preso un’influenza, era comune in quella stagione, ma i giorni si trasformarono in settimane e allora mi preoccupai seriamente.
Chiesi in giro, ma nessuno sapeva nulla: la perfetta bolla d’indifferenza che le avevano sempre riservato era tornata.
Non le avevo mai chiesto il numero di cellulare, così provai con i social network ma, come immaginavo, non esisteva nessuno con il suo nome. Probabile che una persona come lei avesse un qualche account con uno pseudonimo ma non ci conoscevamo così bene da poter indovinare quale che fosse.
Non sapevo nemmeno dove abitava e rimasi scioccato come, nel ventunesimo secolo, fosse possibile perdere una persona pur vivendo nella stessa città.
Mi rivolsi agli insegnanti, che dapprima si rifiutarono di darmi il suo indirizzo, e poi mi dissero che sarebbe stato inutile: la studentessa che cercavo si era trasferita in un’altra scuola e in un’altra città.
Rimasi così male alla notizia che sentii come se un buco nero si fosse aperto nel mio stomaco.
Ora il silenzio non era più fonte di conforto ma di disagio. Lo stesso disagio che aveva dovuto provare lei negli ultimi tempi, e che io non avevo notato, troppo preso dalla riscoperta di me stesso per accorgermi di come stava la persona che mi aveva risvegliato dal torpore di una vita frivola.
Da allora non l’ho più rivista, né ho saputo nulla di lei.
È per questo che ho deciso di scrivere questa storia, in modo che attraverso l’internet possa raggiungerla come se fosse un messaggio in una bottiglia gettata in mare.
Ora sono consapevole di cosa dicevano di noi due: ci chiamavano l’elefante e la farfalla, paragonando il suo fisico a quello del pachiderma e la mia bellezza a quella di una farfalla. Ma quella gente stupida non ha capito che il vero elefante ero io che, con la mia grossolanità, non ha capito quanto la sua mente di farfalla stesse soffrendo.
Se mai dovessi leggere questa mia lettera, ti prego di perdonare questo stupido elefante che ha fallito nel proteggerti ma che guarda ogni giorno il cielo in attesa di vederti volare. Perché prima o poi dovrai abbandonare quel bozzolo di oscurità che hai scelto per proteggerti e, se vorrai qualcuno al tuo fianco che ti accompagni nel tuo meraviglioso viaggio, io sarò qui ad attenderti.
Perché ti amo.

