I ricordi sono la cosa più preziosa che possediamo.
Mentre il tempo e la vita avanzano, anche se non sempre di pari passo, ciò che ci rende unici è la memoria del nostro passato. Gli eventi che hanno caratterizzato la nostra vita, le persone che abbiamo incontrato, i sentimenti che abbiamo provato sono ciò che ci rende le persone che siamo e questa è la ragione per cui, anche se la scienza riuscisse a clonare il DNA umano, il suddetto clone sarebbe una persona comunque diversa da noi.
I ricordi sono un'arma a doppio taglio: ci confortano, ci commuovono, ci fanno arrabbiare; riescono sempre ad emozionarci, anche quando questa emozione non è richiesta. Se ne restano lì, acquattati in un angolino del nostro cervello, pronti ad emergere potenti come un fiume in piena che ci trascina via in una corrente di sentimenti contrastanti alla quale non possiamo opporre resistenza.
Oggi è il quattro dicembre Duemilaventuno e questa è una data che apre prepotentemente un cassetto della memoria nella mia testa: ogni anno accade la stessa cosa, con quei ricordi che affiorano con il loro carico emotivo, eppure oggi qualcosa è diverso. Oggi è la nona volta che quel cassetto si apre. Oggi è il decimo anniversario dalla morte di mio padre.
Non so se l'aver raggiunto la fatidica cifra tonda abbia un significato speciale di per sé oppure sia solo una mia fissazione, eppure ho la sensazione che oggi quei dolorosi ricordi che ogni anno bussano alla porta della mia memoria siano più nitidi, così realistici da poterne sentire anche i suoni e gli odori. Forse oggi sarà il momento in cui riuscirò ad affrontarli a testa alta, prendendo a piene mani il coraggio che finora mi è sempre mancato per togliere quel velo che la mia mente ha adagiato piano sugli eventi del passato, cristallizzandoli come gocce di memoria.
La prima cosa che ricordo di quella domenica di dieci anni fa è che entrai nella camera d'ospedale di mio padre e che la trovai vuota. Mi voltai a chiedere spiegazioni all'infermiera che era dietro di me e quella mi rispose che lui non era più lì, ma al piano di sotto. La cosa mi parve strana poiché al piano inferiore c'era solo l'obitorio e il giardino e, pensai, mio padre non era morto. Scesi le scale e attraversai un buio corridoio deserto e silenzioso, sentivo il cuore battere forte per l'inquietudine, fino a che arrivai alla porta che dava sul giardino dell'ospedale: i colori dell'autunno inoltrato erano incredibilmente vividi, ma non faceva freddo come ci si sarebbe aspettato da una mattina di inizio dicembre. Al centro del parco c'era lui, mio padre, in piedi e vestito bene che mi attendeva. Avanzai di qualche passo, guardandolo sorpresa: non era più consumato dalla malattia, la sua pelle era rosea, piena e sorrideva felice. Ricordo di avergli detto: - Quanto sei bello, Papi! - Lui scoppiò a ridere e ai suoi piedi, tra il mare di foglie giallo-rossastre degli aceri che lo circondavano, correva in cerchio Sissi, la nostra prima cagnolina che ci aveva lasciato tre anni addietro. La indicai sempre più sorpresa e lui rise ancora, poi mi salutò con la mano. Lì compresi che mi trovavo in un sogno e che lui, il mio papà, era venuto a salutarmi per l'ultima volta.
Mi svegliai inondata da un senso di pace interiore, anche se le mie guance erano rigate di lacrime, e mi ritrovai nella mia buia cameretta dove potevo sentire i miei zii parlare al telefono con mia madre, che era all'ospedale oramai ininterrottamente da giorni. Quando uscii dalla mia stanza, mia zia m'informò che gli infermieri avevano richiesto che portassimo dei vestiti, poiché il tanto temuto momento si avvicinava sempre più. Non ero stupita: la mia mente era ancora calma per il sogno fatto e perché io già lo sapevo, me lo aveva fatto capire lui.
Quando arrivammo all'ospedale, entrai nella sua stanza e gli dissi: - Mi hai chiamata, eccomi. - e andai a baciarlo sulla fronte come facevo sempre, tuttavia quel giorno dovetti andare subito a sciacquarmi la bocca perché quel semplice gesto d'amore mi aveva lasciato un sapore acido e sgradevole sulle labbra, segno dell'evidente fallimento del sistema vitale di mio padre. Anche rimanere a lungo nella stanza era pressoché impossibile per via dell'odore che ristagnava al suo interno, quindi ci sedemmo fuori nel corridoio, con gli occhi ben puntati su di lui. Ricordo che anche da lì potevo udire il respiro affannoso e roco che aveva, preludio dell'inevitabile.
Verso mezzogiorno i miei zii si convinsero a scendere al bar per mangiare qualcosa, mentre io e mia madre rimanemmo nel corridoio, scambiando poche vuote parole con la caposala, Lorenza, una persona che ricorderò sempre con affetto e riconoscenza. Dopo poco più di un'ora notai qualcosa di strano: mio padre aveva gli occhi aperti e fissava dritto davanti a sé. Sapevo che questo non poteva essere: era stato sedato un paio di giorni prima e ci avevano avvisato che questa scelta, seppur per aiutarlo a non soffrire, sarebbe stata definitiva, tuttavia quella parte irrazionale del mio cervello guidata dalla speranza mi fece esclamare: - è sveglio! -
Ci precipitammo tutte e tre al suo capezzale e, sebbene io non sia una persona credente, posso giurare con assoluta certezza, che lo vidi spostare lo sguardo da me a mia madre, la quale gli disse in lacrime: - Stai tranquillo, vai da tuo papà. - Io non fui in gradi di dire nulla se non un semplice: - Ciao, Papi. -
E fu così che, alle tredici e dieci del quattro dicembre del Duemilaundici, mio padre ci lasciò.
La sua lotta contro la malattia che lo aveva sfibrato era perduta nonostante la sua incrollabile positività e voglia di vivere. Con lui è morta anche una parte di tutti noi e del mondo intero, ai miei occhi.
Non so più come continuare questo racconto, poiché i pochi ricordi che ancora ho vanno oscurandosi in un oblio di silenzio. Posso solo dire che mi rifiutai di lasciar che la mia mente crollasse, quindi pensai come prima cosa a mia madre, a come poterla sollevare da quel dolore, e chiesi ai dottori di somministrarle un tranquillante; poi chiesi ai miei zii di accompagnarmi all'agenzia funebre per prendere le decisioni che servivano. Non avrei permesso al dolore di avere la meglio, non mi sarei lasciata sconfiggere dalla tristezza: era la rabbia a tenermi viva e lucida. Quella rabbia mi ha accompagnata per mesi, dei quali non ho memoria, ma mi ha lasciato un segno indelebile rovinando la salute del mio stomaco in maniera cronica.
Tornata dall'agenzia funebre, ricordo di essere scesa da sola nell'obitorio perché volevo vedere dove e come avevano sistemato mio padre nel frattempo e volevo farlo da sola, per assicurarmi che la visione non turbasse eccessivamente mia madre, quindi la lasciai con le mie zie e andai di sotto. Attraversai quello stesso corridoio buio e deserto che avevo visto nel mio sogno finché arrivai alla sala dove lui attendeva: non sembrava più lo stesso. Il viso gonfio e sofferente era ora disteso e delle giuste dimensioni, pareva dormisse.
Non ricordo altro, né cosa feci né cosa accadde dopo, il mio cervello pare avere rimosso quei ricordi. La cosa che ricordo più chiaramente di quella giornata è il sorriso di mio padre e la sua risata, in giardino, mentre Sissi gli correva felicemente attorno.
Questa è l'immagine che più di tutte voglio tenere con me, il tributo ad un uomo che è stato un padre meraviglioso.
Grazie, Papi, mi manchi.
Miky.
